Da quale età si può giocare con le bambole: info e prodotti per fasce di età e costo

Si accudiscono, si lavano, si agghindano, si puliscono. E si ricomincia. Giornate intere dedicate a loro: le bambole. Ma quando si comincia a giocare con queste ultime? E come si inizia ad interagire con loro? Vi è un modo giusto per approcciarvi? Sono tutte domande lecite che ogni genitore può provare a porsi, partendo sempre dalla premessa sostanziale: ogni bambino ha le sue preferenze, i suoi tempi e i suoi ritmi. In linea di massima però l’atteggiamento dei bambini nei confronti delle bambole riflette il vissuto, nella loro percezione, della loro quotidianità; spesso alle bambole verranno applicati comportamenti che noi stessi adottiamo con i nostri piccoli; saranno quindi  coccolate o sgridate nello stesso modo in cui noi genitori lo facciamo con loro. L’osservazione del gioco con le bambole potrà svelarci molto del carattere del nostro bambino ed ancora di più, potrà riflettere il tipo relazione che si è instaurata tra noi.

Qual è l’età giusta per cominciare a giocare con le bambole?

Quando è il primo momento, nella crescita, giusto per regalare la prima bambola? Già a 18 mesi possiamo cominciare ad insegnare ai nostri bambini a distinguere le varie parti del corpo; una bambola potrà essere un ottimo modo per aiutarli nella presa di coscienza del loro corpo. Dai due anni in poi invece, saranno proprio loro ad interagire e quindi emulare una cura verso le bambole. Proveranno a ripetere ciò che viene proposto a loro fino a quando non cominceranno a frequentare il nido o la scuola materna ; a quel punto, le bambole entreranno a far parte dell’interazione con gli altri bambini. In età scolare i bambini cominciano a mettere in scena vere e proprie storie, scene di vita quotidiana dove la bambola sarà coccolata o punita come può accadere nella loro quotidianità. Sarà educativo per loro ma anche per noi, osservarli. Notare la natura dell’approccio verso le bambole e magari correggere anche in noi alcuni atteggiamenti non produttivi.

 Per scegliere bene il modello di bambola adatto al nostro destinatario è importante tenere a mente un fattore indispensabile nella scelta: l’età del bimbo o della bimba. Per anni, gli organismi specializzati e le normative europee hanno insistito nel bisogno  di indicare l’età a cui corrisponde ogni  giocattolo.
Questa esigenza trova origine in due fattori : sicuramente, in primis, i bisogni educativi e d’intrattenimento dei piccoli a ogni età ma anche per una forma di protezione dei bimbi stessi. Un giocattolo è indicato per una determinata fascia di età stimola l’apprendimento ed è sicuro in termini di materiali presenti nella confezione. E’ pertanto questo il motivo sostanziale per cui, ad ogni confezione corrisponde una etichetta con su riportate le indicazioni dell’età per cui è raccomandato.

Cosa rappresenta la bambola per una bambina o un bambino?

La bambola è molto di più di un gioco per una bambina. E’ la possibilità di entrare in relazione con se stessi. Imparano che esiste altro da sé, che possono prendersi cura di qualcuno, emulando le caratteristiche di coloro che si prendono cura di loro. Con le bambola sperimentano i valori acquisiti, fino a quel momento, anche solo in modo intuitivo. Metteranno in atto momenti di amorevolezza, di cura, di solidarietà.

La crescita di una bambina, sia dal punto di vista psicologico che comportamentale, è strettamente connessa all’emulazione della madre. Tutte le bambine imitano la madre, in particolare quando si veste, quando si trucca, quando si prende di cura die suoi figli; ebbene queste informazioni registrate a livello percettivo saranno riproposte alle bambole. Sarà dunque un gioco quello avviato dai bimbi ma anche una emulazione del lavoro che viene svolto con loro stessi. In sostanza cambierà il ruolo. Da ricevitore di attenzione materne, il bambino proverà ad offrirle. Il gioco è il lavoro del bambino. E’ attraverso il gioco che il bambino può  crescere e imparare a vivere rispettando se stesso e gli altri.

Secondo Piaget (noto psicologo dell’età evolutiva) il bambino piccolo, dopo essere riuscito a padroneggiare una determinata attività, continua a svolgerla per il puro piacere di svolgerla, per gioco. In sostanza, il bambino esplora l’oggetto profondamente: infila le dita nei buchini, lo mette in bocca, se lo passa tra i capelli, lo scuote in aria per sentire che rumore fa, ne osserva il colore e si chiede ”Che cos’è questo oggetto?” (attività in cui prevale l’accomodamento) dopodichè utilizza il gioco e si chiede: “Cosa posso fare con questo oggetto?” (attività in cui prevale l’assimilazione). Accade così anche con le bambole. Dapprima saranno esplorate dettagliatamente e poi utilizzate per esprimere ciò che loro stessi vorrebbero poter fare. Nel gioco i bambini raccontano la quotidianità, i desideri, le gioie ma anche le paure e le sofferenze. Nel rapporto con la propria bambola il bambino ha la possibilità di raccontare, senza inibizioni, ciò che sperimenta su se stesso. E’ il motivo per cui le bambole vengono immediatamente battezzate con nomi di persone di cui si ha già conoscenza o per cui si nutre una simpatia. Talvolta, addirittura, si dà il proprio nome, come a voler traslare la propria personalità e lasciarla libera di esprimersi in ogni modo.

Giocare con le bambole è “solo” un gioco?

Attraverso questa attività ludica, possono esprimere e conoscere meglio se stesse. Sarebbe consigliato, infatti, assistere ai loro giochi e alle loro conversazioni con le bambole, proprio per capire se il senso di percezione della realtà si sta sviluppando correttamente. La bambola, è quell’amico che si può portare sempre con sé e che fa compagnia anche quando la mamma o il papà non sono li a rassicurare e rasserenare.

Rappresenta un legame forte e molto reale che permette al bambino di essere traghettato attraverso le paure, le fatiche e le prove quotidiane. Non si tratta di un oggetto mero ma è la possibilità di essere incoraggiati senza parole, di essere coccolati al bisogno, ed ancora è lo sfogatoio di rabbie e frustrazioni che non emergono se non attraverso il gioco.

Il bambino infatti sa che quell’oggetto non potrà reagire e sarà a disposizione fino a quando lui avrà necessità.

Livia Carandente è una giornalista napoletana. Laureata in Comunicazione, ha collaborato con diverse testate, cartacee e televisive, e diretto dei magazine. E’ autrice e conduttrice del format televisivo “Le vie del Cuore”, dedicato a storie di fede. E’ autrice del romanzo “Quanti figli hai?”, edito da Tau. Insegna “Psicologia della Comunicazione attraverso i simboli” . Scrive di Didattica dell’Infanzia. È moglie e mamma.

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